I miei vecchi amici che in gioventù – gioventù inoltrata: trenta, quarant’anni, gioventù dei primi capelli bianchi – festeggiavano la Rivoluzione d’ottobre e si fotografavano col pugno chiuso davanti alla tomba di Gramsci adesso mandano i figli a studiare management alla Bocconi, dopo averli cresciuti bilingui a forza di costosi soggiorni all’estero.
Erano scemi allora? Sono corrotti oggi? Ma no, ma no. Il fatto è che non è la storia a essere maestra di vita, è la vita a essere maestra di storia. Si reagisce all’ambiente in cui si vive, se si vive con gli occhi aperti, e da adulti si sa troppo bene quanto siano importanti un lavoro appagante e uno stipendio decente per non volere che i propri figli abbiano l’uno e l’altro, mentre da giovani… Da giovani? Come mai, da giovani, i pugni chiusi, le crociate per i popoli oppressi, la Costituzione più bella del mondo, l’estremismo – senza che tutto questo abbia in fondo il benché minimo riflesso sulle pratiche di vita?
«Capita a ogni generazione», scrive Andrea Minuz in questo suo ultimo saggio, «in quella finestra crudele compresa tra i sedici e i venticinque anni, se si è posseduti dal demone culturale, ci si ritrova agganciati a una catena umana di lotte, rivendicazioni, barricate immaginarie che annunciano la fine del razzismo, della guerra, delle diseguaglianze, dei gas di scarico, dell’ignoranza, della società avida e cattiva in nome della fratellanza tra i popoli». Perché, dunque? C’entra senz’altro l’età, che è quella degli slanci appassionati, insofferenti alle sfumature, ai distinguo; c’entra la scuola, che giustamente educa al disinteresse, all’idealismo; e c’entrano, sì, anche i due ideali o ideologie che nell’educazione degli italiani hanno avuto ed hanno più forza, quella cristiana e quella genericamente ‘di sinistra’: entrambe proiettate sul dover essere piuttosto che sull’essere, sulle cause epocali più che sull’ordinaria amministrazione. Di fatto, conclude Minuz, «in quel limbo della nostra formazione, la cultura ci spinge dalla parte dei buoni e ci traghetta com’è ovvio a sinistra […]. È il rito di passaggio più prevedibile del mondo occidentale postbellico». Ma d’altra parte, a sedici anni non è giusto essere così? Barattereste un adolescente che sfila in piazza per la causa dei palestinesi, anche se ha le idee confuse sul mondo e sulla Palestina, con uno che sta in cameretta a chiosare von Hayek?
Certo, poi, passati i sedici anni…
Il titolo del libro, Egemonia senza cultura, è forse leggermente fuorviante, o insomma va interpretato. Egemonia è ovviamente il nome che Gramsci dava al modo incruento attraverso il quale una classe o un partito impone agli altri la propria visione del mondo. All’inizio degli anni Novanta, Matteucci e Galli della Loggia argomentarono che un’egemonia non politica ma culturale era stata esercitata dalla sinistra marxista nei precedenti quarant’anni soprattutto ai piani alti della vita associata: case editrici, università, giornali. Ne nacque una polemica interessante (e stranamente urbana, a giudicare col metro odierno): ma era ed è difficile negare che le cose siano andate così: non ci siamo fatti spiegare le virtù dell’economia di piano da gente che sapeva a malapena compilare un assegno? E non ci siamo fatti spiegare la Cina da gente che ci aveva passato due settimane in visita guidata con la delegazione del partito, senza capire una parola di quello che gli veniva detto? (Concentrandosi su questi piani alti, Minuz tralascia di proposito una contro-egemonia cattolica oggi un po’ appannata, ma che per decenni si è esercitata in altri ambiti: gli asili, la scuola elementare, i mass media, e che non si può dire non abbia prodotto anch’essa una propria cultura: è stata «la repubblica monarchica dei preti» di cui diceva Salvemini, e chi come me e Minuz è nato all’inizio degli anni Settanta ha fatto in tempo a vederla in azione).
Dato però che il libro esce nel 2026, quarto anno del governo Meloni, e a più di trenta dal primo governo Berlusconi, il conato di egemonia cui si pensa è appunto quello della destra, da Forza Italia a Fratelli d’Italia. Ora, a questo argomento Minuz non dedica molte pagine perché questo slancio culturale, a destra, non c’è stato e non c’è. Gli intellettuali liberali che si erano infilati nei governi Berlusconi sono durati poco; gli attuali, quelli che spuntano ogni tanto sui giornali o in TV, fanno ridere. Alla fine ci si riduce a tirare fuori a capocchia Tolkien e La storia infinita, e si è già fatta l’ora di pranzo. La sua egemonia, la destra l’ha costruita non attraverso i libri ma attraverso la cultura di massa: e oggi, dopo i fasti tardo-novecenteschi di Mediaset, mi pare che il testimone sia passato all’infotainment di Rete 4, della Sette, di Dagospia. Un’egemonia culturalmente di destra la cercherei lì.
Invece Minuz scrive pagine molto intelligenti e molto personali sull’unica cultura che forse avrebbe potuto renderci meno stupidi, la cultura liberale che poi alcuni di noi hanno scoperto da soli, fuori dalla scuola e dall’università: «A trent’anni suonati ma forse anche quaranta abbiamo scoperto i saggi di Nabokov, di Robert Conquest, di Daniel Bell. Abbiamo scoperto Furet e Jean-François Revel», e poi gli economisti americani, Berlin, Arbasino, Chiaromonte, Silone. E – sempre in ritardo – abbiamo imparato l’inglese.
Sulla sfortuna di queste idee in Italia Minuz avrebbe potuto scrivere più a lungo: ma sarebbe stato un altro libro, che avrebbe richiesto un esame più minuto dei modi in cui le idee correnti e le ideologie si sedimentano nella testa delle persone: e quindi l’abisso che sono i libri scolastici, l’abisso che è la televisione del pomeriggio, l’abisso che sono i social network, eccetera. Materiale da psicologi sociali, ma riuniti in batteria, in équipe, con un bel finanziamento europeo e produzione di ricerche quantitative, statistiche, pubblicazioni interdisciplinari. Mentre mi pare che il tema del libro di Minuz sia, più che l’egemonia, l’antico tema di Flaubert, Kraus, Fruttero e Lucentini, Labranca, ossia la stupidità. Che cambia, ovviamente, come cambiano le epoche e gli esseri umani, e che non ha colore politico, ovvero ce l’ha a seconda del luogo in cui si dispiega. Sarà di destra negli ambienti di destra, di sinistra negli ambienti di sinistra. Nelle caserme o nelle chiese o nelle famiglie patriarcali allignerà la stupidità di destra, nelle scuole e nelle università allignerà la stupidità di sinistra. Su Rete 4 spadroneggerà la stupidità di destra, su Rai 3 o La7 quella di sinistra. Non è l’ideologia a produrre la stupidità, è la stupidità umana a produrre l’ideologia intesa come esagerazione, fanatismo, fideismo, unilateralità, trombonismo.
Sì, il tema è antico, ma a chi ha l’età per fare confronti sembra davvero che da una ventina d’anni a questa parte il vento dell’imbecillità sia diventato un uragano, e che gli imbecilli siano fitti come l’erba. Colpa degli smartphone? Dei social network? Della democrazia? O è solo che s’invecchia? Chissà. Ma intanto è consolante trovare degli alleati, delle anime affini che, come noi, trasecolano, e meglio di noi sanno descrivere il colore del tempo. Stringiamci a coorte, Andrea, con quel che segue!
Andrea Minuz, Egemonia senza cultura, Milano, SBE 2026
