Istruzione

A scuola il come importa più del cosa

Il Mulino2 Maggio 2026

Insegno da più di trent’anni. Ho insegnato nelle scuole private e in quelle pubbliche, ho insegnato al Nord, in provincia di Milano e di Brescia, e al Sud, Sicilia sud-orientale, a Vittoria e a Ragusa; ho insegnato nei licei scientifici, al biennio e al triennio, ho insegnato storia greca, letteratura latina, geografia, letteratura italiana, grammatica, ho insegnato storia contemporanea e analisi logica, ho letto decine di volte il canto V della Commedia di Dante davanti a centinaia di facce di studenti, alcuni dei quali, oggi, hanno quasi cinquant’anni.

Non è un curriculum molto originale, lo ammetto. Però è stata l’unica ragione per cui, quando Claudio Giunta mi ha chiesto di collaborare con lui e Clizia Carminati alla stesura delle Indicazioni Nazionali per lo studio della letteratura italiana, ho pensato che potevo accettare. Ero in grado di aiutare, insomma, avevo qualcosa da dire. E questo in effetti ho provato a fare.

Ho quindi seguito in questi giorni, da persona coinvolta nei fatti, il dibattito su queste Indicazioni, in cui si è parlato per lo più dei Promessi sposi e della nostra proposta di non obbligare più gli insegnanti a una lettura integrale al secondo anno, lasciando la possibilità di leggerli, invece, al quarto. Ho seguito il dibattito ma, lo confesso, non mi ha molto appassionato. Così come non mi hanno appassionato le lamentele di chi non trova opportuno leggere la Commedia di Dante in soli due anni, o quelle di chi pensa che il tale o il talaltro autore meritino più spazio di quello che hanno o che potrebbero avere in futuro. La verità è che non riesco più ad appassionarmi al cosa si legge in classe: mi pare non dico irrilevante, ma certamente secondario.

In trent’anni che insegno sono cambiate molte cose dentro la scuola, sono cambiato io e sono cambiati gli studenti. Ci sono stati anni in cui ho davvero letto i Promessi sposi per intero e altri anni in cui ho fatto fatica ad arrivare alla fine dell’ottavo capitolo. Lo stesso è stato per Dante o per Petrarca (ricordo con meraviglia una classe in cui leggemmo venti sonetti del Canzoniere e gli studenti erano entusiasti di un poeta che in genere non piace a nessuno; quest’anno ne ho letti, faticosamente, due), lo stesso per alcuni scrittori del Novecento. Con sgomento ricordo una classe siciliana che sbuffava davanti alle pagine di Sciascia. E la cosa più importante che ho imparato in questi trent’anni è che non è il cosa a fare la differenza ma il come. E al limite il con chi.

Rileggo quindi le Indicazioni Nazionali che abbiamo scritto, insieme a Claudio Giunta e a Clizia Carminati, e mi piacciono soprattutto le precisazioni che riguardano il cosa, perché lo ridimensionano molto: “nulla è obbligatorio”, è precisato fin all’inizio (salvo un paio di eccezioni: la Commedia e i Promessi sposi bisogna leggerli).L’insegnante sceglierà ciò che ritiene possa essere più interessante, utile e coinvolgente per gli studenti”, poco dopo. “Sta all’insegnante, naturalmente, valutare di volta in volta quali autori e quali libri scegliere, calibrando la scelta sulla ricettività della classe, e anche proponendo libri diversi a ciascuno studente”,L’insegnante ha come sempre piena libertà di scegliere testi diversi”, “Non si indica qui un numero di canti [della Commedia] ‘consigliato’, né tanto meno obbligatorio”, “ogni altro autore o autrice di qualità – italiano o straniero – che, a giudizio dell’insegnante, possa destare l’interesse degli studenti”. E potrei andare avanti.

Nonostante il dibattito si sia molto concentrato sul cosa (e in particolare su Manzoni), è per me evidentissimo che le Indicazioni lasciano invece in questo campo la massima libertà all’insegnante. E piuttosto, vorrei dire, insistono molto sul come. Mettendo al centro i testi, innanzitutto (purché siano di qualità, anche questo è ben precisato). Non le biografie, non le poetiche, non i movimenti e gli ismi di cui mi fu riempita la testa quando lo studente liceale ero io: la lettura dei testi. E infatti abbiamo esplicitamente parlato di “letture integrali” (leggere qualche bel libro, leggerlo da ragazzi: spero davvero non vi sembri poco) e di “testi di accesso”, cioè di brani che possano funzionare come porta d’ingresso allo studio di un qualsiasi autore (lo faccio da anni per Montale, con Spesso il male di vivere ho incontrato; o per Leopardi, con una pagina dello Zibaldone che amo molto; imparerò a farlo ancora di più e meglio, con altri autori e poeti).

E poi, lo so che qualcuno storcerà la bocca, abbiamo parlato dell’interesse degli studenti, della loro attenzione. Non si fanno lezioni ai muri; o meglio si fanno, ed è proprio questa una delle cose della scuola superiore che non funziona.

Gli studenti esistono, hanno quattordici o sedici o diciotto anni, hanno un loro mondo sentimentale e culturale, sono diversi da noi e diversi tra di loro, sanno alcune cose, non ne sanno molte altre, colgono alcuni dettagli, non ne colgono molti altri. L’insegnante entra in classe e, con pazienza e un po’ di tempo, sente questa differenza e la capisce. E quindi sa che in quella classe può continuare a leggere Dante, oppure no. Sa che venti sonetti di Petrarca non saranno troppi, mentre un altro capitolo di Sciascia non potrà mai funzionare. Ci si può chiedere perché alcune classi sì e altre no, sarà senz’altro giusto e utile farlo, ma soprattutto si dovrà agire di conseguenza. E scegliere i testi e gli autori anche (anche: ci sono autori e testi irrinunciabili, non fatemi scrivere cose ovvie) sulla base di quello che gli studenti stanno capendo e apprezzando; e magari, speriamo, amando. Perché si fa lezione a loro e con loro, non con i muri né tanto meno a noi stessi.

Questo, mi pare di poter dire, le nuove Indicazioni nazionali per lo studio della letteratura italiana che abbiamo proposto lo dicono con lampante chiarezza. Di questo sono contento, in questo mi riconosco.

Vorrei fare degli esempi, ma non credo siano utili. Li hanno già fatti, meglio di me, Clizia Carminati e Claudio Giunta, su queste stesse pagine virtuali. Ma voglio ribadire che in trent’anni di lavoro nelle scuole ho imparato che il come conta assai più del cosa. E quindi i testi contano assai più delle biografie, e la bellezza conta assai più delle figure retoriche, e quando riusciamo a fare in modo che uno studente incontri la bellezza di un testo abbiamo fatto il nostro lavoro. Alla perfezione.

A me è successo poche volte, lo confesso. Poche volte mi è capitato di uscire da una classe e di pensare che avevo fatto la “lezione perfetta”. Forse non più di una decina di volte in trent’anni, però mi è successo. E tutte le volte (tutte, senza distinzione) non era una semplice lezione, ma la fine di una serie di lezioni. Era un percorso che giungeva a compimento, un testo che, letto insieme a un gruppo di sedicenni, quasi esplodeva e si illuminava dentro le mura dell’aula. Perché avevamo prima costruito una strada, un’interpretazione, avevamo capito infine le parole e le metafore e lo stile, attraverso la lettura paziente e un lento (anche lentissimo) lavoro collettivo di attenzione e comprensione. Ma soprattutto perché li avevo ascoltati: avevo cercato di intercettare i loro interessi, ci ero in parte riuscito, avevamo incontrato noi stessi in un testo e avevamo imparato che leggere un bel libro o una bella poesia è uno splendido modo per spendere alcune ore della propria esistenza: forse, dopotutto, il modo migliore. Poteva essere un passo dei Promessi sposi o un canto di Dante, o anche Flaubert che descrive la stupidità di Charles Bovary, o l’ultimo paragrafo di Ferro di Primo Levi: a quel punto, lo capite benissimo anche voi, non aveva più importanza.

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