Libri

Su “Vendo tiroide causa doppio regalo” di Alessandro Gori

Il Mulino14 Aprile 2026

Negli ultimi anni ho scritto soprattutto di due autori sensibilmente diversi tra loro, benché entrambi toscani: Dante Alighieri e Alessandro Gori. Dato che i dantisti bravi non sono mancati e non mancano, è probabile che dopo la mia morte verrò ricordato nelle storie letterarie come ‘il critico di Alessandro Gori’, e la cosa non mi dispiace per niente. Tra l’altro, fino a qualche tempo fa sarei stato ‘il critico dello Sgargabonzi’, perché questo era il soprannome jacovittiano che si era scelto, soprannome che ha poi abbandonato: con mio sollievo.

Non voglio davvero forzare il paragone, ma anche le pagine di Gori contemplano il paradiso e l’inferno, ovvero il lato comico della vita e il lato tragico, il buffo e il perturbante. Non me ne sono accorto subito. Gori nasce come scrittore di libri una quindicina d’anni fa, e nasce e cresce come scrittore comico e performer che si va a vedere soprattutto per ridere. Io l’ho visto per caso in un pub di Firenze all’inizio degli anni Dieci – eravamo una dozzina di spettatori, forse meno – e sono rimasto folgorato: ecco una fantasia ed ecco un modo di combinare comicamente le parole che suonava diverso da tutto ciò che conoscevo (ho comunicato subito la scoperta ai lettori di «Internazionale»: Lo Sgargabonzi è il migliore scrittore comico italiano). Ma c’era molto di più, e questo di più che sulle prime mi era sfuggito si è rivelato a mano a mano che sono uscite le sue raccolte di racconti, apologhi, poesie parodiche: da Jocelyn uccide ancora (2018) a Confessioni di una coppia scambista al figlio morente (2022), a Gruppo di leprecauni in un interno (2022) a quest’ultimo Vendo tiroide causa doppio regalo (2026).

C’era e c’è, in sintesi, oltre a un orecchio assoluto per il comico, il ridicolo, il grottesco, una visione dell’esistenza che dell’esistenza sa esprimere, come dicevo, il paradiso e l’inferno, il meraviglioso e l’atroce, l’estasi e l’agonia. Disinteressato agli stadi intermedi, che sono quelli su cui fermano l’attenzione i romanzieri, Gori eccelle nella descrizione o nell’evocazione degli estremi: e basta scorrere i titoli dei suoi libri, tutti derivativi ma tutti virati al cruento, al sinistro.

L’estasi è l’infanzia, la prima giovinezza. Mentre nella prosa corrente va di moda maledire i propri cattivi inizi, cioè i genitori, i parenti, la scuola, il mondo che non ci capiva e ci ha fatto soffrire, e così lucrare compassione, Gori ha il raro dono della gratitudine. Ama i genitori, che abitano ancora accanto a lui, rievoca con struggimento le estati al mare sulla riviera romagnola, i marchi commerciali che ammobiliavano l’esistenza della generazione X. Ecco per esempio un passo tratto da un’intervista che gli ha fatto Alessandro Lolli, costruito come spesso capita combinando il registro dell’elegia e quello della farsa:

Non andrei mai al mare in un posto diverso dalla riviera romagnola, sulla cui bellezza non basterebbe un’enciclopedia Peruzzo-Larousse […]. Lo skyline della Romagna è un serpente di hotel e stabilimenti balneari. Il resto sono pizzerie, bar, locali, edicole, negozi, discoteche, parchi divertimento, piazze con le panchine e le fontane. Quasi esclusivamente non luoghi, l’uno appiccicato all’altro, senza respiro per decine di chilometri. Esercizi che nella vita si frequentano solo se non si ha fretta, se ci si scorda del tempo che passa. E la riviera romagnola t’illude che la vita possa essere esattamente questo. La pineta di Milano Marittima è una materna zona di penombra che separa una terra incantata dalle tenebre, dal buio dell’Adriatica, dal pensiero della morte. La riviera non si vende mai per niente di diverso da quello che è, ma ama soltanto chi ne comprende la verità più autentica, oltre i cliché e le banalità. Arrivo io e ha un mare stupendo, limpidissimo. Arriva un mio amico con la puzza sotto il naso che va al mare in Sardegna e l’Adriatico gli tira fuori sotto al naso mucillagini, cicche e meduse morte.

Notare, in dieci righe, la variazione stilistica, il climax e l’anticlimax: dalla descrizione paesistica piana, solare ma già metaforica («un serpente di hotel…») a un’applicazione metaforica meno ovvia («senza respiro per decine di chilometri»), al salto inatteso nell’esistenziale, nel metafisico (la riviera romagnola come esorcismo contro la morte), infine la conclusione grottesca («… mucillagini, cicche e meduse morte»).

In Vendo tiroide causa doppio regalo il paradiso balena nel racconto Il mare caldo di mezzogiorno (ancora sulle estati fatate della riviera romagnola) o nel racconto La prima brioche dell’eternità (il sogno è sempre quello di non morire e di non vedere morire le persone amate: sogno non originale, ma che Gori trova sempre il modo di descrivere in maniera lieve e commovente. Eliot diceva che «consapevoli o no, abbiamo un pregiudizio contro la beatitudine in quanto materia di poesia»: ebbene, Gori in un racconto come Il mare caldo di mezzogiorno Gori sa dire la beatitudine, e la sua eclissi). L’inferno è l’aura di corruzione, malattia, morte che grava su tante pagine del libro: chi ha letto i suoi libri precedenti o ha visto i suoi reading sa quanto spesso l’effetto comico nasca dalla contemplazione dell’orrore dell’esistenza, la propria e quella degli altri (sennò come gli verrebbe in mente di dedicare un intero spettacolo comico al tema Pietro Pacciani?), e dalla coscienza del carattere effimero di tutto ciò che all’esistenza dà gioia (nell’ultima frase del libro le ragazze sulla spiaggia ridono «come se nulla esistesse al di là del presente»: ma attorno a questa epifania di vita Gori ha disegnato uno scenario di morte, ed è questo scenario a restare impresso nella memoria del lettore).

Dunque non soltanto un umorista ma uno scrittore-scrittore, anzi uno scrittore-moralista che umoristicamente sa muoversi su registri disparati, in uno spettro che va dal sublime allo scatologico. Ma, tornando al registro che gli è più proprio, il genio comico di Gori è soprattutto un genio linguistico. Ovviamente non è una prerogativa soltanto sua. Per esempio, anche un altro scrittore-performer molto dotato, Edoardo Ferrario, è particolarmente felice quando contraffà il gergo del coatto romano o del ciarlatano milanese. Ma Gori ha un talento imparagonabile a quello di qualsiasi altro suo contemporaneo. Serve un talento, un’inventiva fuori del comune per descrivere la prigione di Aldo Moro col linguaggio di Quattro ristoranti:

Alla location do 7 perché via Fani è una tonnara molto bella, residenzia­le, confortevole, c’è la Upim. Alla camera do 6 perché in via Montalcini non potemmo fare di meglio ma riuscimmo a infilare dalla porticina bassa una chaise-longue in ciliegio che il presidente gradì. Al servizio do 4 perché Prospero Gallinari insisteva a leggere le rivendicazioni con la voce di Sandro Ciotti.

O per inventarsi una rubrica di posta del cuore tenuta dal teen idol Luke Perry, rubrica che vira improvvisamente verso il buon senso dolciastro di «Grazia» o «Rakam»:

Cara Micol.

prima di buttare un vecchio cuscino o il piumino della non­na, i cui colori ti hanno magari stancato, ti consiglio di dare una bella occhiata generale alla tua cameretta e anche al resto della casa. Potresti accorgerti che un altro piumino, oppure qualche guanciale, hanno bisogno di riacquistare un po’ di volume e vivacità…

O per riprodurre il gergo degli esibizionisti da social network, o il gergo del marketing (nel capolavoro che è il racconto Immuni) o lo stile da anziano nostalgico a disagio con le diavolerie tecnologiche:

Oggi, se ci fate caso, non si parla: si “twitta”. Vai in treno e sono tutti col capo chino sul loro telefonino e si dimenticano di scendere a Terontola. E una volta a casa? Si mangia? No, si “twit­ta” […]. E se un giorno ci tolgono la corrente e la li­nea? Ci si gode per quella giornata la vita com’era senza internet? Si passeggia, si gioca a carte, si va a fare un rinfrescante bagno al mare, si va a prendere un frappé al largo, ci si immerge nella let­tura di un bel libro I Ragazzi della Via Pàl e affini? No, si “twitta”.

Eccetera (in un libro precedente Gori, campione di mimesi, era riuscito a riprodurre persino il linguaggio dei paninari – chi se li ricordava più – con un’acribia da filologo).

Dopodiché, come ripeto ogni volta che mi capita di parlarne, non può piacere a tutti, non è Totò. «Non mi è piaciuto, è colpa mia?», mi ha scritto un conoscente cui lo avevo raccomandato (ma perché mi aveva chiesto lui un consiglio, qualcosa di divertente da leggere, non miro a far proseliti), un conoscente anche un po’ irritato, perché se un altro ride e tu no hai sempre l’impressione che l’altro ti consideri scemo (e sarà proiezione: lo scemo sei tu, è l’implicito, a ridere di queste idiozie). No no, può non piacere, sia perché si è costruito un codice ristretto pieno di citazioni e allusioni che bisogna conoscere bene, per poterlo apprezzare (in rete è pieno di cretini che lo prendono sul serio e rispondono indignati alle sue iperboli, si è persino preso delle querele), sia perché il surreale non a tutti va a genio, sia soprattutto perché Gori scrive un mucchio di parolacce e infarcisce i suoi racconti di un mucchio di immagini sconce o violente, e la cosa può irritare (la pagina per me più bella di questo libro è la parodia di una poesia di Pasolini su Marilyn Monroe, molto migliore dell’originale, che mi fa arrossire anche se la leggo in silenzio). Ciò detto, sì, o conoscente, è colpa tua che non ci arrivi.

Alessandro Gori, Vendo tiroide causa doppio regalo, Milano, Nottetempo 2026.

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