“Tante sono le calamità che tendono a seguire, e tanti gli scandali che si sollevano quando una costituzione politica viene rovesciata, che è meglio tollerare tutto piuttosto che cadere nel pericolo del cambiamento”.
Chi ha scritto questo slogan legittimista? Burke? De Maistre? Qualche altro pensatore moderno che, spaventato dalla Rivoluzione francese, ha compreso i vantaggi della conservazione del potere costituito, della continuità dinastica («tollerare tutto» qui significa infatti tollerare anche il dominio di un tiranno)?
Non proprio. È Coluccio Salutati, cancelliere della Repubblica fiorentina sullo scorcio del Trecento e – attraverso le sue lettere – difensore e illustratore per antonomasia della libertas repubblicana contro i suoi nemici, nemici che a quell’epoca ebbero soprattutto il volto del papa e del duca di Milano Gian Galeazzo Visconti. Come spiegare la contraddizione tra il Coluccio repubblicano, cultore di Cicerone, e il Coluccio che nel De tyranno tesse l’elogio di Giulio Cesare e, nel solco di Dante, condanna i suoi assassini Bruto e Cassio «nel punto più basso dell’inferno come singolarissimi traditori»?
La nuova edizione-traduzione del trattato a cura di Diego Quaglioni scioglie questo ed altri interrogativi intorno al trattato, ovvero reimposta la questione con molta dottrina e, insieme, molta chiarezza dialogando con la bibliografia soprattutto anglosassone (Baron, Witt, Hankins).
Coluccio scrive il De tyranno nel 1400, quasi settantenne. È un uomo rispettato, autorevole, benestante, passato indenne tra i rivolgimenti che hanno agitato Firenze sullo scorcio del secolo. Scopre e colleziona manoscritti antichi, dialoga con Cicerone (una delle cose che più colpisce, nel trattato, è quanto viva e presente nella sua coscienza sia la voce dei classici, di Cicerone soprattutto: mai forse nella storia si è accordata una più piena fiducia alla saggezza contenuta nei libri antichi). Scrive – come faceva spesso e come aveva fatto il maestro suo e della sua generazione, Petrarca – adottando la formula della lettera: il De tyranno è diretto al magister Antonio dell’Aquila, studente di arti liberali (cioè il trivio e il quadrivio) a Padova, e, superata la prefazione piena dei soliti loci modestiae, si può dividere in cinque parti: una prima in cui Coluccio spiega che cos’è un tiranno, una seconda che ragiona sulla liceità o meno del tirannicidio, una terza dedicata a Giulio Cesare e al suo essere o non essere un tiranno, una quarta dedicata alla liceità della sua uccisione da parte di Bruto e Cassio, e una quinta in cui dalla storia si passa alla letteratura, e Coluccio spiega perché Dante ha fatto bene a mettere questi ultimi tra le fauci di Satana.
Dicevo, scherzando ma non troppo, che le parole che Coluccio adopera nel trattato sembrano talvolta quelle di un legittimista difensore dell’ancien régime. Il fatto è che, guardando alla storia contemporanea, egli scrive con ancora viva nella memoria le violenze della guerra civile che pochi anni prima hanno sconvolto Firenze, e ciò che soprattutto gli sta a cuore è il mantenimento della concordia. A tale scopo, la conservazione è più espediente del mutamento: di qui le cautele con cui si affronta, nel trattato, il tema del tirannicidio. Non pare possibile dire in astratto se è lecito o no ribellarsi alla tirannide, uccidere il tiranno; occorre valutare la situazione, la condotta di colui che si è impadronito del potere; e poi agire o non agire a seconda che l’azione abbia o non abbia l’avallo del popolo o di un’autorità superiore. Chi, senza questo avallo, «affectione propria presumenda», si arroga il diritto di resistere, di ribellarsi, infine di uccidere il tiranno, opera al di fuori della legge.
Dall’altra parte, guardando alla storia antica, Coluccio ritiene che il dominio dell’impero romano sul mondo abbia assecondato un disegno provvidenziale, e che l’assassinio di colui che quell’impero ha fondato, Giulio Cesare, non abbia soltanto spento «il più clemente e legittimo principe del mondo» ma abbia anche contravvenuto a «una disposizione di Dio»: e di fatto, «il miserabile destino di tutti i cospiratori rese palese l’azione della Volontà Divina, così come la creazione di Augusto come imperatore, sotto il cui governo il mondo pervenne all’unità» (Witt).
Questa deferenza nei confronti dell’idea imperiale non cessa nel corso del Medioevo: vale a dire che – per citare il Dante del Purgatorio – in mezzo ai tanti «Marcelli» che nelle città e cittadine italiane posano a tiranni, l’imperatore resta «un principio validante ogni altro processo di potere, garanzia di un ordine giuridico stabile» (Quaglioni), sicché può considerarsi cognizione comune ciò che Bartolo da Sassoferrato scrive nelle sue glosse alle costituzioni di Enrico VII:
Cum Imperium fuit in statu et in tranquillitate, totus mundus fuit in pace et tranquillitate, ut tempore Octaviani Augusti; et cum Imperium fuit prostratum, insurrexerunt dirae tyrannides.
La pace del mondo dipende dalla stabilità dell’Impero. Un secolo prima, era anche l’opinione che Dante Alighieri esprime a più riprese nella sua opera, e in particolare nel primo libro della Monarchia e nel canto sesto del Purgatorio e del Paradiso. Il nome di Dante non è menzionato a caso, perché nell’ultima parte del trattato Coluccio si pone appunto il problema del giudizio che bisogna dare di Giulio Cesare e dei suoi assassini, e la risposta che dà non è diversa da quella che aveva dato Dante nella Commedia. Qui si sa che Cesare – a differenza degli imperatori romani, tutti destinati al paradiso – si trova nel Limbo insieme agli altri pagani (laddove l’eroe della parte avversa, Catone, sarà promosso a custode del purgatorio), mentre Bruto e Cassio vengono maciullati in eterno dai denti di Satana per aver tradito il loro benefattore. Autori moderni come Voltaire e Alfieri interpreteranno questo tradimento come una virtuosa ribellione contro il tiranno, facendo di Bruto un tormentato eroe; non così Dante né Coluccio, il quale conclude: «Dante nostro non errò né dal punto di vista teologico o morale, e ancor meno dal punto di vista poetico»: per entrambi, sulla devozione alla libertà repubblicana deve prevalere la fedeltà all’impero – e a Dio che l’ha ordinato.
Coluccio Salutati, Il tiranno, a cura di Diego Quaglioni, La scuola di Pitagora.
