Libri

Svitargli la testa

Il Foglio5 Agosto 2026

Nato e cresciuto a Torino, la città del Partito d’Azione, del moralismo, del ’sageruma nen, ho sempre avuto una visione un po’ paolotta del mito classico, compendiabile nel motto «Ma prenderla più bassa, no?».

Zeus e i giganti: ma non c’è spazio per tutti, nel cosmo infinito? Procne e Tereo: ma non bastava divorziare? Paride e Menelao: giocarsela a braccio di ferro? Pagare l’affronto con cento candide giovenche? Edipo: cavarsi gli occhi? E mettere un altro invalido a carico dell’erario?

Così non posso dire di essermi mai veramente appassionato ai racconti omerici, che sono il Regno del Prenderla Alta, della reazione esagerata, dell’incazzarsi così, di botto, senza senso. Forse anche per colpa di insegnanti non abbastanza carismatici. Adesso sento e vedo professori di Lettere davvero polytropoi che mettono su letture collettivi, mini-spettacoli teatrali, per non parlare delle gite d’istruzione nel Peloponneso, mentre ai miei tempi il professore passeggiava davanti alla cattedra leggendo in tono monocorde prima in greco e poi in italiano, sicché lo sforzo di riconoscere gli aoristi azzerava il piacere della lettura, se piacere si dà a quattordici anni, del che dubito. Per fortuna non sono di quelli che sognano l’esame di maturità a cinquant’anni, ma la frase «oggi interroga di Epica» mi trasmette ancora una sensazione non tanto di ansia quanto di tristezza.

Ulisse. Ulisse, come Achille, come Zeus, come Edipo, come tutti, mi è sempre parso soprattutto un esagitato. E più esattamente: un fanatico del fare, del costruire, dell’imbarcarsi, del non darsi pace, neppure quando la pace è lì a portata di mano. Il contrario dell’ideale umano tratteggiato da Montaigne, che è anche il mio ideale: «Le vite più belle, secondo me, sono quelle che si conformano al modello umano e comune, con ordine, senza eccezionalità e stravaganze». Questo vale sia per l’Ulisse omerico sia per l’Ulisse dantesco, che è quello che ho più vivo nella memoria. Il quale Ulisse dantesco pone un dilemma morale sul quale non mi pare si rifletta a sufficienza (e invece io, nato a Torino, la città del Partito d’Azione eccetera, ci penso sempre). Scrive Dante:

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore.

Figuriamocelo oggi. Un uomo maturo, quasi anziano, che potrebbe tornare a casa dove lo aspettano il padre decrepito, la moglie, un figlio che in pratica non ha mai avuto il bene di vederlo. Ma tutto questo, dichiara Ulisse a Dante, non basta. Meglio fottersene dei doveri famigliari, partire all’avventura in giro per il mondo, fare esperienza della vita, dopo aver tanto ammazzato e visto ammazzare. Nella mia famiglia è rimasta celebre la frase con cui un mio prozio lasciò la moglie cinquantenne e i due figli adolescenti: «Voglio fare le cose che non ho potuto fare quand’ero più giovane!». È rimasto celebre anche il commento della prozia: «Se si fa rivedere gli svito la testa e ci cago dentro». Dante non dice come reagì Penelope alla notizia che il marito, invece di tornare a Itaca, aveva deciso di partire per i mari del sud con i suoi amici – ma along these lines, immagino.

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