Istruzione

Sulle Indicazioni nazionali/1 (Questione Manzoni)

La Repubblica25 Aprile 2026

Per chiarire la ratio delle Indicazioni Nazionali in relazione ai Promessi sposi – se n’è discusso in queste ore – vorrei dare al lettore qualche informazione di contesto (il testo completo è qui, chi volesse leggerlo: le Indicazioni relative alla letteratura le ho scritte io con la collaborazione di Clizia Carminati e Davide Profumo, e il consiglio di una cinquantina di insegnanti di primaria e secondaria)

Nella scuola pubblica, i Promessi sposi entrano come libro di testo vivente Manzoni, centocinquantasei anni fa. Era il 1870, si voleva affiancare ai Fatti di Enea e al Decameron un «classico contemporaneo». Dal 1888, poi, un decreto regio stabilisce che i Promessi sposi non vengano letti attraverso brani antologici bensì integralmente. Ma quando leggerlo? All’inizio lo si mette in programma per l’ultimo anno del liceo: perché Manzoni – scrive Giosue Carducci nella sua relazione al Consiglio Superiore dell’Istruzione – «non è autor da ragazzi: vuole idonea preparazione di studi, di facoltà, di osservazione ad essere letto e meditato degnamente». L’anno è il 1884, due italiani su tre sono analfabeti, al liceo va un italiano su cento: i figli delle poche famiglie colte ed abbienti. Passano quarant’anni, e il Regio Decreto del 28 settembre 1913 corregge questa impostazione: si leggano I promessi sposi in tutte le classi quinte del ginnasio, cioè al secondo anno delle scuole superiori. E lì sono rimasti.

E perché no, si può obiettare. Non è forse un magnifico libro, cruciale nella storia della letteratura e della lingua italiana? Ma certo che lo è.

Vale però la pena di riflettere sulle parole di un allievo di Carducci, Adolfo Borgognoni, che scriveva: «Badino a questo, piuttosto, coloro che non trovano altro libro fuori dei Promessi Sposi da proporre all’imitazione dei giovani; badino, dico, che se si va avanti ancora di questo passo, verrà il giorno d’una riazione atroce e il pubblico manderà i Promessi Sposi al diavolo».

Il «pubblico» erano gli studenti del 1884, cioè una minuscola frazione della gioventù italiana: ripeto, i rampolli delle famiglie colte e benestanti, allievi del classico (non esisteva la decina di indirizzi odierni!), dotti in latino e in greco. Oggi «il pubblico» non è più l’1% della popolazione: è tutta la popolazione italiana. Arrivati alle scuole superiori, molti di questi studenti hanno difficoltà a leggere un testo minimamente articolato, non sanno scrivere in corsivo, non hanno idea di che cosa vogliano dire «Einaudi», «Corriere della Sera», «Risorgimento», non hanno mai letto un libro serio in vita loro. Vogliamo calibrare l’offerta didattica sulle loro esigenze, anziché su un paradigma culturale datato 1870? Ebbene, le Indicazioni nazionali danno all’insegnante questa libertà d’azione. Il testo dice:

Al secondo anno del biennio, a discrezione dell’insegnante, in alternativa al romanzo di Manzoni sarà pertanto possibile far leggere integralmente agli studenti altri libri meno complessi dal punto di vista linguistico, rimandando la lettura dell’opera, in forma integrale o per brani, al quarto anno del percorso di studio, quando si affronta la letteratura dell’epoca di Manzoni.

Sarà. Pertanto. Possibile.

Non c’è nessun divieto. Vale a dire che in un ottimo liceo, se la classe è all’altezza dell’impegno, si potrà continuare a leggere I promessi sposi; mentre in licei in cui ci siano studenti meno preparati (per esempio quelli che – come le mie matricole di quest’anno – dopo il loro lungo miracoloso bagno di Manzoni, non conoscono il significato di parole come zelo o adiacente) si potranno leggere integralmente libri più semplici come I sommersi e i salvati o Il sistema periodico, o qualcosa di Sciascia, Pasolini, Ginzburg, Parise eccetera, e magari più d’uno.

Questo, ripeto, per due ragioni: (1) non tutte le classi sono uguali, e a giudicare dev’essere l’insegnante, che conosce gli studenti e la loro attitudine o inettitudine alla lettura; (2) I promessi sposi risultano incomprensibili a molti studenti: incomprensibili, dunque scoraggianti, frustranti, e quindi inutili. Sarà bene che questi studenti comincino la loro carriera di lettori ‘seri’ con un libro oggettivamente molto difficile oppure con un libro più facile, per poi arrivare due anni dopo, adeguatamente maturi, alla difficoltà di Manzoni? La matematica la cominciamo dalle equazioni paraboliche o dai binomi?

Tra le meraviglie della scuola superiore italiana c’è questa: che scoraggia la lettura. Gli italiani leggono in media europea fino ai quattordici anni; il numero dei lettori cala dopo i quattordici anni; sprofonda negli anni della maturità. Siamo proprio sicuri che la ricetta-Manzoni abbia funzionato, stia funzionando, funzionerà? In questo Paese felice dotato di «un’incommensurabile capacità di vivere sulle finzioni» (Guido Calogero), non converrebbe, una volta tanto, guardare in faccia la realtà, e regolarsi di conseguenza?

 

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