Cultura e società

Cose che fanno piangere

Review del Foglio28 Febbraio 2026

Tempo fa ho scritto un articolo dal titolo Cose che fanno ridere in cui provavo a elencare, appunto, autori che mi fanno ridere, o sorridere, oggi, per iscritto: impresa complicata perché si sa che, se si vuole far ridere o sorridere, un aiuto determinante viene dal buon uso della voce, dei gesti, delle espressioni del viso. L’idea era ed è che la scrittura umoristica sia sottovalutata soprattutto in Italia, nazione di letterati seriosissimi, e che sia giusto invece onorare quei pochi che la coltivano: ridere non è forse una cosa umanissima, quindi importantissima?

Sì, ma invecchiando succede questa cosa un po’ sorprendente. Da un lato si ride sempre meno, non perché non ci si diverta più ma perché si diventa più esigenti, meno inclini a quel fou rire che da ragazzi bastava un niente a scatenare; si conoscono anche per esperienza i meccanismi del comico, ed è più difficile restare sorpresi, spiazzati. Dall’altro lato ci si sorprende spesso non in lacrime, no, ma con gli occhi umidi, sicché si potrebbe anche tentare, per simmetria, un elenco di cose che fanno piangere, a una certa età: un elenco altrettanto personale e idiosincratico, si capisce.

1.

Cose scritte (romanzi, racconti, poesie eccetera), lette mentalmente. Niente. Niente di scritto può commuovermi fino alle lacrime, nemmeno le lettere delle vecchie fidanzate, nemmeno le mie. Scuoto la testa, mi fermo e guardo verso l’orizzonte, ma non lacrimo.

2.

Cose scritte (romanzi, racconti, poesie eccetera), lette ad alta voce da me o da altri. Qui le cose cambiano. Larkin racconta in un’intervista che una volta stava guidando in autostrada con la radio sintonizzata sul programma Time for Verse: «Era una deliziosa domenica mattina, e qualcuno all’improvviso ha cominciato a leggere l’Ode all’immortalità di Wordsworth: gli occhi mi si sono riempiti di lacrime». Di fatto, capiterebbe anche a me, anch’io dovrei mettere la freccia e fermarmi nella piazzola per non andare a sbattere, soprattutto se alla radio leggessero le ultime due strofe, con i versi sullo «splendore dell’erba» che se n’è andato:

Non importa se la luce un tempo così splendente
ora è per sempre tolta dalla mia vista:
anche se nulla può riportarmi l’ora
dello splendore nell’erba, della gloria nei fiori

e il finale magnifico:

… a me il più umile fiore che sboccia suggerisce

pensieri che sono spesso troppo profondi per le lacrime.

Quanto alla mia voce, insegnando letteratura ogni tanto mi tocca leggere testi ad alta voce davanti a un pubblico, e – ho fatto la prova – ci sono almeno tre cose che, mentre declamo, m’incrinano la voce (il pubblico apprezza, deduce che ho un’anima nobile, ma è lo stesso imbarazzante).

(a) Il finale delle Nozze di Pentecoste di Larkin, quando il treno entra nella stazione di Londra, lui pensa ai suoi compagni di viaggio e il rumore dei freni evoca questa sensazione-immagine:

Rallentammo ancora,
E mentre i freni facevano presa fu come sentir crescere
Un senso di caduta, come uno sciame di frecce
Lanciato fuori vista, che da qualche parte diventava pioggia.

A «un senso di caduta» (a sense of falling) ho già il groppo in gola.

(b) Cinque o sei passi del Paradiso di Dante (ma in realtà di più, è che non l’ho mai letto tutto ad alta voce). Il finale del canto xxii in cui, orbitando nel cielo delle stelle fisse guarda in giù tutta l’infilata dei pianeti con al centro la Terra, che è – e chi potrebbe darne una definizione migliore, in undici sillabe – «l’aiuola che ci fa tanto feroci». I versi del canto xiv in cui Salomone spiega a Dante in che modo risorgeremo con la carne, e tutti beati dicono Amen, perché dei nostri cari morti vogliamo rivedere i corpi, i volti; le anime c’interessano fino a un certo punto:

Tanto mi parver sùbiti e accorti
e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!»,
che ben mostrar disio d’i corpi morti:
forse non pur per lor, ma per le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari
anzi che fosser sempiterne fiamme.

E quasi tutto il canto xxxiii, e in particolare la similitudine con cui Dante cerca di far capire al lettore quanto poco si ricorda di quello che ha visto nell’empireo:

Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ’mpresa
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

Ma in realtà tutto il finale del canto, a partire da «Ne la profonda e chiara sussistenza / de l’alto lume parvermi tre giri» fino all’«Amor che move il sole e l’altre stelle». Trenta versi che leggo in apnea, ingoiandomi il moccio.

(c) Proust, un certo numero di pagine della Ricerca, ma più di tutto la pagina di Jean Santeuil in cui si racconta la triste vita dei coniugi Lepic, racconto che finisce con questo paragrafo vertiginoso: «Le persone che agiscono sulle nostre ambizioni e sulle nostre pene d’uomini non son più quelle che si curvavano sulla nostra culla e deponevano il loro bacio già tremante sulla nostra testa di bimbi. E le braccia ancora vigorose o indebolite che ci sollevavano da terra, gli occhi che nei nostri lineamenti incerti, nei nostri occhi ancora ingenui, cercavano riconoscere i lineamenti amati del passato e indovinare quelli misteriosi dell’avvenire non son più quelle che si tenderanno verso di noi nell’addio supremo, non son più quelli che incontreranno per l’ultima volta lo sguardo ardente o spento, e sempre incompreso, dei nostri occhi».

Come resistere con gli occhi asciutti, specie quando si è visto morire, e la propria morte non è così lontana?

Fin qui, niente che mi distingua dai miei antenati che leggevano o ascoltavano storie strappalacrime, e lacrime versavano senza quel pudore, quel senso di vergogna che noi colleghiamo all’atto del piangere in età matura al di fuori delle situazioni di lutto (ma anche in quelle le buone maniere consigliano ormai moderazione, dissimulazione: si piange nel fazzoletto, in silenzio, fare la piazzata al funerale strappandosi i capelli non è cool, anzi semmai si applaude, si fanno i cori, si cantano le canzoni). Viene in mente quell’amico di Petrarca che, leggendo insieme a lui nel Decameron la novella di Griselda, «sopraffatto da un pianto improvviso si arrestò; dopo poco tuttavia, avendola ripresa in mano per leggerla fino in fondo con animo fortificato, ecco che di nuovo […] il gemito gli interruppe la lettura» (Res seniles, XVII iv 2).

Ma rispetto a Petrarca e ai suoi amici, e in realtà anche rispetto ai miei nonni, ai miei genitori, io ho infinite occasioni di commozione e di lacrima, occasioni che loro non avevano perché non passano attraverso la lettura o l’ascolto ma attraverso gli audiovisivi del cinema, della TV, adesso della rete. L’Età della Commozione è una conseguenza, un by-product dell’Età dell’Immagine.

3.

Dunque. Per quanto riguarda i film faccio prima a dire che cosa non mi fa piangere, perché davanti ai film sono inerme: soprattutto al cinema, nel buio della sala, circondato da altri esseri umani, quando cioè l’esperienza è assorbente e non ci sono distrazioni a portata di mano: il cellulare, il telecomando, il frigorifero. Tanti anni fa, borsista di scambio a Madrid, riuscii a estorcere un primo appuntamento a una deliziosa ragazza spagnola: cinema più cena, e poi chissà. Scelse lei il film, Martín (Hache), Spagna-Argentina 1997, 92% di gradimento del pubblico su Rotten Tomatoes). Non ricordo assolutamente niente della trama, ma ricordo le crisi di pianto che mi hanno travolto in due o tre punti del film, ricordo la faccia allibita della mia accompagnatrice e il suo commento durante la cena successiva: «Vaya que tío tan sensible!». Tanto, tanto (e negli anni sbagliati, purtroppo: il maschio ‘in contatto coi suoi sentimenti’ non è che si portasse troppo, alla fine dei Novanta). Anni dopo, esperienza simile davanti a Inside Out, visto stavolta in compagnia di mia madre, o meglio intravisto in mezzo alle lacrime, mentre lei, impassibile, si domandava che razza di imbecille effeminato aveva messo al mondo.

Quindi perlomeno ho imparato che al cinema è meglio se ci vado da solo, se c’è anche solo il vago sospetto che il film in programma contenga scene tenere. Solo che non si sa mai, perché la lacrima non spunta quando sembra che dovrebbe, e ho lì pronto uno scatolone di kleenex (tutti quei morti ammazzati nei film di guerra o di mafia, o lei che muore giovane di un brutto male in Love Story o in Autumn in New York), e invece mi sorprendo a frignare davanti alle cose più impensate. Non dico niente di La vita è meravigliosa o Up o Still Alice o Interstellar o Se mi lasci ti cancello. Ma io, faccio per dire, ho pianto guardando Mamma, ho perso l’aereo, quando la mamma e il bambino si ritrovano alla fine del film. Ho pianto quando in Amici miei si vedono le immagini di repertorio dell’alluvione di Firenze. Due estati fa ho pianto letteralmente a singhiozzi alla fine di Barbie, quando lei decide di diventare un vero essere umano, con le mie vicine sedicenni vestite da Barbie che mi guardavano come si guarda Girolimoni. Sì, può essere faticoso, essere un tío tan sensible.

4.

Pensavo di aver trovato la mia strategia, per affrontare la commozione da film, con i fazzoletti e la visione in solitaria, ma poi è arrivato il world wide web. Come dice il nome, il world wide web mi ha messo davanti agli occhi il Mondo, e il Mondo offre infinite, infinite opportunità di commozione. Alcune di queste opportunità presentabili. No, non le guerre, le epidemie, i bambini africani con la pancia gonfia. Ma per esempio il pale blue dot, la foto della Terra scattata dal Voyager 1, e sotto il commento di Carl Sagan: «Guardate di nuovo quel puntino. È qui. È casa. Siamo noi. Su di esso, tutti quelli che ami, tutti quelli che conosci, tutti quelli di cui hai mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito ha vissuto la sua vita» – come si fa a non piangere, sentendosi insieme infinitamente piccoli e infinitamente grandi?

Altre opportunità sono impresentabili. In quel capolavoro che è Don Giovanni in Sicilia Brancati descrive le sorelle un po’ ridicole di Giovanni Percolla e dice che bastava che in una qualsiasi conversazione sentissero le parole la vita per farsi venire le lacrime agli occhi. Un secolo dopo, nessuna parola è in grado di attivare le mie ghiandole lacrimali, ma hélas, ci sono i video. I video su YouTube, i reel su IG. Chissà: se vivesse oggi, forse anche Giovanni Percolla passerebbe i minuti, le ore a scrollare tutta la pornografia sentimentale che l’algoritmo mi scaraventa a getto continuo sotto il pollice. I soldati che tornano a casa dalla guerra e la fidanzata o la mamma li abbraccia e tutti piangono a litri, salvo ogni tanto i padri anziani, educati in epoche più rudi. I genitori che fanno una sorpresa ai figli e li vanno a trovare in Australia, nel bar in cui fanno i camerieri, e tutti piangono a litri, salvo ogni tanto eccetera. I bambini miopi che indossano il primo paio di occhiali e finalmente vedono che faccia ha la loro mamma. I bambini semisordi che indossano il loro primo apparecchio acustico e sentono per la prima volta il suono della voce della mamma (forse alla fine la parola mamma per me è quello che era la parola vita per le sorelle Percolla). I cani, quasi in tutte le salse possibili: quando proteggono il neonato di casa; quando ritrovano il padrone che non vedono da tanto e si pisciano addosso per l’eccitazione (qualcuno sviene); quando fanno la faccia colpevole e sottomessa perché hanno fatto una marachella; quando sono lì lì per morire o sono appena morti e il padrone li commemora.

Basta così? Magari.

Piango anche quando un atleta, di qualsiasi nazionalità, vince una medaglia alle Olimpiadi. Piango quando in un video su Instagram una turista americana avvinnazzata dice che guardare il tramonto su Firenze da piazzale Michelangelo è la cosa più bella che le sia capitata nella vita (e probabilmente è vero). Piango anche quando la stessa turista dice che vivere un anno a Catanzaro le ha fatto capire perché il way of life europeo è superiore al way of life americano: così anonimo così inumano. Piango più volte al giorno, copiosamente. Se essere più facili alla lacrima è un indizio di senescenza, io ho, tipo, settecento anni. E poi le canzoni, le canzoni associate ai video! Quali corde della mia psiche fa vibrare robaccia come A Thousand Years di Christina Perri?

Che altro? Ah sì, certo: la morte, le morti. Cominciano ad accumularsi, passati i cinquanta (per i fortunati come me: di solito molto prima): i genitori, i colleghi, gli amici. Ma in realtà non piango né per la morte né per il dolore, o il rimorso, o il rimpianto. Si sa: da giovani ci si turba e commuove per queste pene così intimamente umane, da grandi a far piangere è soprattutto l’immagine della felicità, dell’armonia, quelle cose che ci fanno pensare «ecco, tutta la vita dovrebbe essere così, e invece non lo è». Con gli anni, il dolore si è imparato a metterlo in conto, a considerarlo normale, mentre a commuoverci sono le eccezioni, le rare epifanie della gioia e dell’amore. Al dolore si sorride, come fa Leopardi alla fine di Aspasia – però senza quell’amarezza, quell’astio, perché adesso abbiamo la consolazione di Instagram coi suoi labrador, i suoi soldiers coming home, e le canzonette dolci che versano balsamo sulle ferite del cuore: che enorme fortuna essere nati dopo.

 

 

 

 

 

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