Qualche anno fa c’è stata, tra gli studiosi del ramo, una discussione interessante sul tema Ma serve ancora a qualcosa la filologia romanza?. Si osservava che questa disciplina – cruciale nel cursus degli studi umanistici fino a qualche generazione fa – stava diventando periferica, non soltanto nei piani di studio universitari ma anche nella, diciamo, dieta culturale delle persone istruite. Le cause? Tante, ma in fondo riducibili a una. Una volta Auerbach ha detto in sintesi che cosa dovrebbe studiare un bravo filologo: «Bisogna imparare grammatica e lessicografia, ricerca delle fonti e critica dei testi, bibliografia e tecnica di raccolta; bisogna imparare a leggere coscienziosamente». Vi sembra un programma compatibile con l’attuale assetto universitario e i suoi moduli-farsa da trenta ore, con l’iper-specializzazione a fini concorsuali, con il publish or perish?
Ebbene, mi pare che una risposta convincente alla domanda che fare? sia venuta, nell’anno appena concluso, da parte di tre studiosi che in modo diverso hanno messo le loro competenze al servizio di un progetto che si potrebbe chiamare di alta divulgazione, e che mira insomma a ciò cui quasi sempre occorrerebbe mirare nel nostro lavoro: far sì che i testi del passato – in questo caso quelli del Medioevo latino e romanzo – vengano consegnati al presente senza anacronismi, senza indebite attualizzazioni, ma attraverso una mediazione intelligente che li renda accessibili anche a un pubblico di lettori non specialisti.
Pietro Beltrami ha, semplicemente, raccontato il Roman de la Rose, questo strano ma fortunatissimo romanzo in versi francese del pieno Duecento in cui, superando un’infinita serie d’insidie, un Amante cerca di conquistare una Rosa (Invito al «Roman de la Rose», Il Mulino). Ci sono libri che vanno letti, se si vuole avere una conoscenza non proprio superficiale di un’epoca, e per il Medioevo il Roman de la Rose è uno di questi libri, uno dei pochi scritti da laici e in volgare, anche perché vi si trovano – calate in un racconto che ha le sue parti noiose ma anche le sue parti belle – alcune delle questioni più rilevanti per la ricostruzione della mentalità medievale, questioni su cui Beltrami informa con la brevità e la sicurezza dell’esperto: l’allegorismo, il codice dell’amore cortese, il rapporto tra laici ed ecclesiastici, il ruolo degli ordini mendicanti nella società del tempo…
Qualcosa di simile va detto per gli altri due libri che ho in mente.
In tanto diffuso interesse per l’alterità, e in particolare per ciò che sta al di fuori dell’Occidente, è difficile immaginare un’introduzione migliore al tema dello sguardo occidentale sull’Oriente del libro di Laura Minervini L’invenzione degli Assassini (Il Mulino), che, mettendo a frutto un repertorio impressionante di fonti in più lingue, arabo compreso, ha ricostruito origini e svolgimento della leggenda degli Assassini, la setta ismailita con cui gli europei entrarono in contatto durante le Crociate, e che si credeva dedita a missioni omicide, forse favorite dall’assunzione di droghe (o così vuole la leggenda, che lega il nome degli assassini all’hashish).
Dal canto suo, Claudio Lagomarsini ha raccontato l’incredibile storia del Graal: non nelle sue origini letterarie (di questo si era occupato co-curando l’edizione del Lancelot-Graal per i Millenni Einaudi) ma nei suoi affioramenti moderni, una vicenda che prende a volte i tratti di una farsesca spy-story (Come scoprire il Graal, Einaudi): seguirla significa capire in che modo non solo la fede ma anche la leggenda cristiana ha improntato di sé la cultura europea sino in pratica ai nostri giorni.
Libri del genere sono una buona risposta alla domanda di cui dicevo sopra, circa l’utilità degli studi di filologia romanza, o degli studi umanistici seri in generale, fondati sui metodi della filologia, della linguistica e delle discipline storiche. Tutti e tre si misurano con un’alterità situata in un punto lontano tanto dello spazio quanto del tempo, cioè con oggetti culturali estranei al nostro orizzonte d’esperienza. Quelle raccontate da Lagomarsini e Minervini sono ‘storie orientali’ che reagiscono con le credenze che per secoli hanno definito la visione del mondo degli occidentali; quello cui si dedica Beltrami è un antico libro francese scritto alcuni decenni prima della Commedia, ma remoto dal nostro gusto e dai nostri canoni estetici in quanto è – come non sono né la Commedia né i Trionfi né gli altri poemi italiani a noi famigliari – interamente allegorico.
Ora, benché diversi per tema e per impianto argomentativo, questi libri sono stati scritti da tre filologi romanzi, e si vede. In primo luogo per lo scrupolo con cui le fonti vengono lette nel loro contesto di produzione. «Ogni testo – scrive Minervini – va inquadrato nel tempo e nella società di cui è espressione e merita di essere letto secondo i suoi propri principi: interpretarlo come una proiezione della testualità medievale risulta altrettanto infruttuoso che compiere l’operazione inversa, rileggere i dati del passato alla ricerca di precedenti di ciò che verrà». In secondo luogo, per la cura con cui i tre autori conducono il loro resoconto. «Bisogna imparare a leggere coscienziosamente», diceva Auerbach nella frase che ho citato sopra. Per farlo, quando si tratta di testi medievali, bisogna dotarsi anzitutto di competenze tecniche in campo filologico-linguistico, altrimenti la lettura resta superficiale. Queste competenze tecniche sono a rischio perché, nei dipartimenti umanistici, le ore che venivano impiegate per insegnarle vengono sempre più spesso impiegate per insegnare altro: altro che sia più in linea con i problemi e gli interessi del presente; o che paghi il suo tributo al feticcio della cosiddetta interdisciplinarità; o che sia più facilmente assimilabile da parte di studenti che non sanno il latino e non sono abituati a studiare con quella dedizione che le cose impegnative richiedono. La conseguenza sarà che avremo sempre meno libri seri come quelli che ho citato e sempre più ricerchine irrilevanti scritte da studiosi mediocri e vanesi che s’illuderanno di ravvivare il passato incatenandolo a quelle che sembrano essere le urgenze del presente.
Il testimone può cadere, qualcuno ha detto. Ovvero: il sapere del passato, specie del passato remoto, rischia di non essere più trasmesso a chi verrà dopo di noi. A me pare che l’insidia oggi sia leggermente diversa, e cioè che il testimone rischi di essere consegnato ai posteri in maniera inadeguata e in fondo mendace: o attraverso una formazione universitaria che rinuncia alle discipline storiche e filologiche, che sono le uniche davvero necessarie, o attraverso una divulgazione fatta da incompetenti, e però nobilitata dai marchi di grandi editori, e resa capillare dalla televisione e dalla rete. Invece bisogna scrivere libri come questi, e difendere – anzitutto nell’università, poi nell’editoria – il genere di conoscenza che ha permesso agli autori di scriverli.
