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Su “Il mare da dove nascono i miti” di Giuseppe Berto

Domenicale del Sole 24 ore11 Ottobre 2026

Il viaggio di esplorazione nel Mezzogiorno d’Italia è un sottogenere letterario che ha dato molti ottimi frutti sin dai tempi delle Lettere meridionali di Pasquale Villari, e in particolare negli anni del secondo dopoguerra e del miracolo economico, quando – a fronte di una domanda d’informazione cresciuta in maniera imponente – i giornali del nord e di Roma chiesero ai loro inviati di raccontare quelle terre ancora malnote, e delle quali un libro fortunatissimo come Cristo si è fermato a Eboli (1945) aveva certificato soprattutto l’arretratezza, l’estraneità al mondo moderno (L’Africa in casa, s’intitolava una celebre inchiesta a puntate uscita sull’«Espresso» nella primavera del 1959); e quando la questione meridionale diventò, anzi tornò ad essere, se si pensa al meridionalismo tra Otto e Novecento, uno dei temi più frequentati dalle scienze sociali, con riflessi anche nella saggistica non specializzata: Dolci, Fofi, Musatti.

In questo ampio repertorio di scritti mancavano quelli di Giuseppe Berto che le Edizioni Settecolori hanno raccolto adesso nel volume Il mare da dove nascono i miti, a cura di uno dei maggiori esperti dell’opera di Berto, Saverio Vita. Per essere precisi: il volume esisteva, messo insieme meritoriamente da Pasquale Russo nel 2003 per un piccolo editore di Vibo Valentia, Monteleone, ma era quasi irreperibile (non lo trovo nel catalogo della Nazionale di Roma né in quella di Firenze); adesso lo si troverà in libreria.

Si tratta di articoli scritti per lo più per i giornali («Il Tempo», «Il Resto del Carlino», «Il Giornale d’Italia»), sgranati su un arco di tempo che va dal 1948 alla fine degli anni Settanta. La prima peculiarità del libro è dunque questa: quello descritto da Berto è un Sud in movimento, dal sottosviluppo davvero africano del dopoguerra, che Berto descrive in paragrafi che sembrano tolti dal Cristo di Levi («Qui veramente sono mancati gli operai e i borghesi, i due principali coefficienti del progresso degli ultimi secoli. Qui non è mai esistita quella borghesia intelligente ed attiva […] che ha sgretolato l’ordine sociale del Medioevo. Qui il Medioevo deve ancora passare») alla modernizzazione chiassosa e violenta che corrompe non solo il territorio calabrese ma anche il carattere dei suoi abitanti.

La seconda peculiarità ha a che fare col profilo di Berto uomo prima che scrittore. Dopo il successo del Male oscuro, nel 1964, Berto si stanca di Roma, degli insoffribili scrittori e sceneggiatori romani, e anche un po’ del ménage famigliare, e se ne va in Calabria. Compra un pezzo di terra a Capo Vaticano, ci costruisce una casetta, poi altre casette, e vive lì per vari mesi all’anno. Il suo punto di vista non è dunque né quello dell’intellettuale di passaggio né quello del sociologo che anziché studiare i luoghi studia i fenomeni: dai suoi cinquant’anni in poi, Berto è ormai un abitante di quelle terre.

Questa consuetudine con la vera vita dei calabresi, i calabresi delle campagne, dà ragione della qualità altissima dei pezzi degli anni Sessanta e Settanta. Sono belli anche i precedenti, ma qui c’era la concorrenza degli altri succitati, acutissimi esploratori del Sud. Invece il boom economico getta quasi tutti gli osservatori nella costernazione; e proprio negli scritti sul Mezzogiorno affiorano con più frequenza i lamenti per la colossale perdita – di natura, di civiltà, di ethos – che questo sviluppo senza progresso sembra portare con sé. Per fare solo un esempio, Guido Piovene, che pure nel Viaggio in Italia di metà anni Cinquanta aveva saputo cogliere in certe regioni del Mezzogiorno i germi di un mondo nuovo, adesso (1973) ha perso ogni speranza: «Oggi, il Sud si presenta come un problema disperato. Vi imperversa un’emigrazione che non trova benessere, ma dolore, sporcizia, inciviltà diverse, cristallizzazione dalla stessa estraneità dei luoghi, nelle idee e usi e costumi che hanno portato dietro; chi rimane nel Sud riceve qualche bene di consumo inutile che non educa a nulla».

Vivendoci in mezzo, Berto vede questa trasformazione con più chiarezza e con più equilibrio. Non assolve i calabresi che stanno devastando paesaggio della loro regione, ma ha abbastanza esperienza di vita per capire che per apprezzare, come lui apprezza, il «dono della povertà» bisogna essersi lasciati la povertà alle spalle; e anche per sapere che della fine del mondo contadino di cui è testimone non avrebbe senso indicare colpevoli. Questa coscienza dà alle sue pagine un tono elegiaco più convincente e, se si può dire così, più giusto rispetto al Leitmotiv dell’indignazione che appesantisce i viaggi in Italia degli scrittori di quegli anni. In particolare, il penultimo pezzo del libro (Rimpianto di una civiltà) contiene, su questo tema, un abbozzo di dialogo con Pasolini («Raramente capita ch’io concordi in ciò che fa o dice Pier Paolo Pasolini…») che d’ora in poi si spera di veder citato e valorizzato nei ragionamenti sulla storia dell’Italia contemporanea.

Giuseppe Berto, Il mare da dove nascono i miti, Milano, Edizioni Settecolori 2026, 24 euro.

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