Non che qualcuno mi abbia mai chiesto un parere, ma Judi Dench nella parte di M negli ultimi film di James Bond non mi ha mai veramente convinto. È del 1934, è alta un metro e cinquantacinque, la si immagina più facilmente mentre sta dietro ai nipoti che mentre maneggia un revolver o sta col pollice sospeso sul pulsante rosso. E poi è nota come amante di poesia e fine dicitrice, cosa che stona un po’ col carattere risoluto che si pensa dovrebbe avere il capo dei servizi segreti britannici (Bernard Lee, lo M degli 007 dei tempi di Sean Connery leggeva solo dispacci, anzi chiedeva a Miss Moneypenny di leggerglieli). Ma tant’è, Sam Mendes dev’essersi ricordato di questa sua abilità, e in Skyfall le fa appunto concludere con i versi di una poesia il suo discorso davanti al consiglio dei ministri, che vorrebbe azzerare l’MI6:
We are not now that strength which in old days
Moved earth and heaven; that which we are, we are;
One equal temper of heroic hearts,
Made weak by time and fate, but strong in will
To strive, to seek, to find, and not to yield.
Che nella traduzione di Giovanni Pascoli, nientemeno, suona così:
Non siamo la forza più che nei giorni lontani
moveva la terra ed il cielo: noi, s’è quello che s’è:
una tempera d’eroici cuori, sempre la stessa:
affraliti dal tempo e dal fato, ma duri sempre
in lottare e cercare e trovare né cedere mai.
Dopodiché si apre la porta e irrompe uno Javier Bardem pazzo, ossigenato, orrendo, che insieme ai suoi sgherri ammazza mezzo governo britannico.
I versi di Tennyson – perché sono versi di Tennyson – non hanno portato bene. Ma la citazione è sensatissima, dato che M sta dicendo ai suoi colleghi che l’Impero britannico non c’è più, ma i suoi nemici ci sono ancora, e non bisogna abbassare la guardia. Sensatissima e carica di passato, perché Tennyson mette in scena un monologo, e il monologante è Ulisse, il quale ormai vecchio ma, come si dice, non domo, invita i suoi compagni d’avventura a lasciare Itaca (ha consegnato il governo dell’isola al figlio Telemaco) e a seguirlo nell’ultimo viaggio: «Come, my friends, / ’T is not too late to seek a newer world».
È quasi sempre sorprendente constatare come racconti o romanzi o poesie che ci sembrano frutto di un’estrema maturità siano stati scritti invece da giovani, da ragazzi addirittura: perché si viveva di meno, e in una vita d’artista dovevano starci più cose; ma forse anche perché le vite – d’artista e non – erano più serie, cioè mettevano gli esseri umani di fronte a questioni capitali sin dai loro verdi anni: c’erano meno distrazioni, e quelle che c’erano non ispiravano poesie. Judy Dench è una signora di una certa età, dicevo, mentre Tennyson scrive Ulyxes quando ha ventiquattro anni.
È per questo, per questo empito giovanile, che presenta Ulisse come un eroe? Prima di rispondere, è bene ricordare che l’Ulisse di Tennyson ha sì alla radice il personaggio di Omero, ma deve molto di più all’Ulisse dantesco. Qui non parla l’Ulisse malizioso che escogita l’inganno del cavallo di Troia bensì l’Ulisse ardimentoso che varca le colonne d’Ercole e si perde nell’oceano australe: «… for my purpose holds / To sail beyond the sunset, and the baths / Of all the western stars, until I die».
Dante, a sua volta, a che cosa e a chi s’era ispirato? Non a Omero direttamente, è ovvio, perché come tutti i suoi contemporanei non conosceva il greco, e come tutti i suoi contemporanei aveva imparato le vicende degli eroi greci attraverso fonti intermedie. Conosceva senz’altro il discorso che Enea rivolge ai suoi compagni di viaggio nel primo libro dell’Eneide (198-205):
O socii (neque enim ignari sumus ante malorum) […]
revocate animos maestumque timorem
mittite […].
Per varios casus, per tot discrimina rerum
tendimus in Latium.O compagni, che casi peggiori subiste […],
recuperate coraggio, e il triste timore
lasciate […].
Fra incerti sempre diversi, fra tante avventure rischiose
ci dirigiamo nel Lazio.
Mentre forse non conosceva la stupenda ode in cui Orazio fa dire a Teucro (I vii 30-32):
O fortes peioraque passi
mecum saepe viri, nunc vino pellite curas:
cras ingens iterabimus aequor.O uomini forti, che spesso insieme a me avete
superato le prove più ardue, il vino adesso
cacci via le vostre paure: domani ripartiremo sull’immenso mare.
Tuttavia, come spesso capita nella Commedia, Dante prende questo schema retorico dai classici – l’appello ai compagni di navigazione con i quali già molto si è condiviso, e che s’invitano a persistere nell’impresa – e lo riempie di un contenuto nuovo, che guardato in filigrana fa trasparire l’animo del protagonista (cioè dell’autore-protagonista) con un accento di verità e un pathos ignoti a quei possibili modelli.
Non solo, come ha osservato benissimo Torraca, nell’Eneide Enea «può assicurare ai compagni prossimo e certo l’arrivo al Lazio; nell’ode oraziana, Teucro può ricordare che Apollo gli ha promesso con certezza una nuova patria, una nuova Salamina; ma Ulisse non può promettere alcun vantaggio, né prossimo né sicuro. Altro è proseguire il cammino verso una meta nota, altro è avviarsi verso l’ignoto».
Ma presi nella rete dell’intertestualità, rischiamo di perdere di vista la questione etica che il personaggio di Ulisse – l’Ulisse di Dante e di Tennyson – solleva. Si sa: Dante non mette Ulisse all’inferno a causa della sua empia volontà di sapere, navigando acque che nessuno ha mai navigato prima di lui, ma a causa della sua mancanza di scrupoli nell’ingannare il prossimo (Achille a Sciro, il cavallo di Troia). A partire da questo dato, che è certo, generazioni di lettori si sono interrogate sul senso morale che occorre dare a questo lungo racconto infernale: esaltazione dell’umana passione per la conoscenza (in linea con le parole dell’eroe: «Fatti non foste a viver come bruti») oppure condanna per una curiosità che si spinge imprudentemente oltre i limiti dell’umano, come sembrerebbero suggerire l’aggettivo folle riferito al volo-viaggio di Ulisse e la conclusione stessa della vicenda, con la tempesta che affonda la nave e uccide il temerario esploratore e i suoi compagni d’avventura? Virtù, come tenderebbe a dire un lettore moderno, oppure superbia, come sostiene più di un commentatore antico (il Buti per esempio: «imperò che questa esperienzia [Ulisse] cercava per sapere più che tutti li altri, e per potere meglio ingannare altrui e soprastare alli altri»)?.
Una certa ambiguità è forse non solo ammessa ma cercata dal poeta. È vero, Ulisse aveva degli obblighi familiari, cioè un debito d’affetto e cura nei confronti del padre, del figlio e della moglie Penelope; e glielo ricorda Penelope stessa nella prima Eroide di Ovidio: «Tres sumus imbelles numero, sine viribus uxor / Laërtesque senex Telemachusque puer» (97-98: ‘Siamo tre, tutti deboli: una sposa senza forze; Laerte, un vecchio; e Telemaco, un bambino’). Parole molto simili, e una simile rinuncia, si leggono nelle biografie dei martiri cristiani che accettano di morire per testimoniare la propria fede: «Abbi pietà, figlia, dei miei capelli bianchi; abbi pietà di tuo padre […]. Guarda i tuoi fratelli, guarda tua madre […], guarda tuo figlio, che non potrà vivere senza di te”. Ma un conto è il sacrificio per la fede, un conto quello per la sete di sapere mondano. Contro questa vana curiosità, questa experiendi noscendique libido, sant’Agostino aveva espresso un giudizio fermo in una pagina famosa delle Confessioni: «Di qui viene anche che si proceda a esplorare i fenomeni della natura fuori di noi, che a nulla giova conoscere, e dove gli uomini altro non cercano che la conoscenza per sé stessa». D’altra parte, però, l’impressione che l’episodio lascia nell’animo di ogni lettore e quella di una sublime magnanimità: virtù classica, non cristiana, che tuttavia Dante mostra di apprezzare anche quando tratta di altri grandi uomini dell’antichità, come i poeti del limbo, o Stazio o Traiano nel Purgatorio.
Si contraddice? Ebbene, si contraddice – ed è una delle tante ragioni per cui la sua opera è così interessante.
