Libri

Regge, regge

Domenicale del Sole 24 ore12 Luglio 2026

Regge ancora, Tommaso Labranca, a dieci anni dalla morte (agosto 2016), a venti-trenta dalla data in cui sono usciti i libri che chi c’era si ricorda bene per l’impatto che ebbero non solo su ciò che si diceva dei mass media e delle arti di massa ma anche e soprattutto sul modo in cui lo si diceva?

Mondadori finalmente manda in libreria un’antologia dei suoi scritti – curata da me, con una cronologia compilata da Luca Rossi – che comprende cinque libri usciti tra il 1994 e il 2006 (Andy Warhol era un coatto, Estasi del pecoreccio, Chaltron Hescon, Neoproletariato, Il piccolo isolazionista) e una piccola scelta di testi usciti in rete nei primi anni Duemila. Piccola, perché per vivere Labranca scriveva soprattutto sui giornali (mai giornali di prima fascia: FilmTV, Libero, Cronaca vera, occasionalmente altri), e gli articoli avrebbero potuto riempire parecchie decine di pagine. A parte questa sparsa attività di pubblicista, restano fuori i libri pubblicati nell’ultimo decennio di vita (tra l’altro: 78.08, Haiducii, il bel saggio sul Vedovo di Risi intitolato Progetto Elvira, il pamphlet contro l’arte contemporanea Vraghinaroda), e restano fuori naturalmente i ‘libri alimentari’ (così li chiamava, perché gli permettevano di sbarcare il lunario) dedicati alle star e alle starlet della società dello spettacolo (Michael Jackson, Skin, Taricone, Jerry Calà, i Coldplay, e il più bello di tutti dedicato a Renato Zero).

Tutto queste sono cose note, credo, per una minoranza di lettori. Agli altri il nome di Labranca dice poco o niente, perciò soprattutto per loro è utile un piccolo riassunto.

Pochi, ventenni nei primi anni Novanta, residenti fra Lombardia e Piemonte, furono raggiunti per caso dalle fanzine che Labranca scriveva, stampava e ciclostilava a casa sua a Pantigliate, città metropolitana di Milano. Erano cose da liceali o da universitari scanzonati, salvo il fatto che Labranca non aveva fatto l’università e non parlava o scriveva a nome di un collettivo: mandava in giro questi mannelli di fogli A4 pinzati, con immagini in bianco e nero, ritagli di giornale fotocopiati e brevi testi in cui si scherzava sui mostriciattoli della micro-società dello spettacolo, una specie di «Cronaca Vera» del pop più dimesso e triviale.

Qualcuno in più (sempre pochi: ma io ero tra questi) venne raggiunto da uno strano libretto pubblicato da Castelvecchi nel 1994, intitolato Andy Warhol era un coatto. Labranca vi argomentava una ‘teoria del trash’ intelligentissima (e che non ha molto a che fare con la parola trash che poi è stata presa nel suo senso letterale di ‘spettacolo da quattro soldi’, ‘robaccia’), ma ciò che soprattutto colpì quei primi lettori fu lo stile, il modo. Negli scritti sul pop eravamo abituati a due registri diversi, polari: la prosa professorale dei professori che si chinavano sui programmi televisivi e sulle canzoni per smontarne il meccanismo; e la prosa spesso sciatta e ancora più spesso derisoria dei critici da giornale: TV e canzonette non meritavano troppo impegno. In entrambi i casi c’era una predilezione per il Buono contro lo Scadente, e la postura grave di chi si è preso una momentanea vacanza dalle cose serie, ma alle cose serie conta di tornare. Invece Labranca era ecumenico. Osservava lo Scadente, che rappresentava poi il 90% dei nostri consumi culturali, e lo faceva senza chinarsi, cioè senza il sussiego dell’intellettuale, ma con un sentimento, una passione che non è troppo definire amore. Inoltre, anziché partorire analisi sull’essenza del pop, rifletteva brillantemente sui Fenomeni, cioè su questa inquadratura del tale o talaltro programma televisivo, su questo verso della tale o talaltra canzonetta.

Specie a Milano, la seconda metà degli anni Novanta furono il Quinquennio Labranchiano. Dopo Andy Warhol vennero gli altri libri che ho citato sopra, venne un bizzarro libretto, Labranca Remix, scritto in suo onore da suoi amici-ammiratori (molti presto trasformatisi in nemici-detrattori: l’uomo non era facile da sopportare), venne una specie di factory warholiana che si riuniva in periodiche festicciole depressive nel suo appartamentino di Pantigliate (erano le feste della Maison Labranca), e soprattutto venne la televisione, quando la televisione era ancora tutto, in coppia con Fazio e Baglioni: il grande successo di Anima mia nel 1997, il mezzo flop di L’ultimo valzer nel 1999.

Durò poco. Per colpa sua o per colpa del mondo, o di tutti e due, la TV cominciò a reclutarlo meno spesso, la radio anche, e naturalmente non era un tipo che potesse campare di conferenze. Pubblicato da Einaudi, Chaltron Hescon fu la prima e ultima sua uscita con un grande editore, poi tornò a Castelvecchi, a Excelsior 1881, e infine pensò bene di stamparsi i libri in casa, e poi di morire d’infarto a cinquantaquattro anni, davanti al frigorifero. Non ho mai potuto pensare alla sua esistenza senza che mi tornasse in mente la formula desolata con cui Sciascia definitiva I promessi sposi: «un disperato ritratto dell’Italia».

Eppure, nei venti-venticinque anni che la vita gli ha concesso, Labranca ha sprigionato una creatività che ha pochi paragoni. Suonava, disegnava, scattava fotografie, scriveva testi per la televisione e la radio, esplorava la multimedialità prima che la multimedialità fosse un concetto; e ovviamente era un maestro nello scomporre e decifrare non solo gli oggetti prodotti dalle arti di massa (pochi hanno scritto cose altrettanto intelligenti sul mondo della musica pop come quelle che ha scritto lui nel libro su Renato Zero o nel romanzo-saggio 78.08; pochi hanno saputo e sanno parlare di un film con la stessa verve con cui lui parla del Vedovo in Progetto Elvira), ma anche le esperienze di massa. Mentre Eco ha preso come casi di studio i fumetti e i romanzi d’avventura, Labranca ha osservato al microscopio i programmi televisivi popolari, le pubblicità delle reti locali nonché, soprattutto (e in questo è stato molto più di un saggista, è stato un clinico, un anatomista), gli habitat e la mentalità degli utenti di questo infinito intrattenimento.

Dicevo all’inizio: regge ancora? Eccome.

Condividi