Cinema

Torrente y Cristina. Un apprendistato spagnolo

Review del Foglio27 Giugno 2026

Adesso il solvente dell’età mi sta piano piano consumando i neuroni, ma c’è stato un tempo, venticinque anni fa, in cui sapevo benissimo lo spagnolo.

La mia università aveva delle borse di scambio con la Complutense di Madrid, sei mesi per studiare qualsiasi cosa (le norme allora erano laschissime, nessuno chiedeva niente a nessuno, nessun progetto di ricerca, nessuna ‘restituzione’ una volta tornato a casa, ti davano pochi soldi e tu partivi, l’ossessione idiota del controllo è arrivata dopo) e, dato che non avevo potuto andare in Erasmus (non per povertà ma perché andavo di fretta, e tra scopare alle feste e leggere un libro preferivo il libro: anche oggi è così, ma oggi è quasi normale), ho fatto domanda e, unico candidato, ho vinto. Ero anche stato lasciato dalla fidanzata, molto giustamente peraltro (ricordate la predilezione per il libro rispetto ai piaceri concorrenti?), perciò questo esilio semestrale somigliava troppo a un beau geste perché non ne approfittassi.

Prima di partire ho mandato a memoria la Grammatica spagnola di Manuel Carrera Díaz, che ovviamente non mi ha fatto diventare fluent, in nessun modo, ma mi ha reso padrone di alcune malizie fonomorfologiche ignote ai più che tuttora mi capita di sfoggiare nella conversazione. Caber, al congiuntivo presente, fa quepo.

Una volta sbarcato lì, al Colegio Mayor Diego de Covarrubias, quartiere Moncloa, ero l’unico straniero, me la cavavo a pallavolo, sono diventato non dirò popolare ma, diciamo, frequentabile, e il mio tasso di frequentabilità è aumentato parecchio quando i compagni di collegio hanno scoperto che ero astemio: hanno cominciato a fioccare gli inviti alle feste, perché serviva qualcuno che guidasse la macchina al ritorno, e così ancora adesso mi ricordo le strade di Madrid percorse da chauffeur mentre dietro gli altri dormivano o vomitavano o pomiciavano. Era già una preziosa full immersion nello spagnolo soprattutto parlato, un’addizione strategica alla grammatica di Carrera Díaz, quando un giorno mi è stata rivelata l’esistenza di Torrente. Non conoscevo Torrente? Dovevo assolutamente conoscere Torrente, c’era il dvd nella videoteca del collegio.

Ora, io avevo già visto dei film spagnoli strani: ma di Buñuel, di Almodóvar, anche Cría cuervos di Saura, film d’autore visti nei cineclub tra liceo e università più che altro per darmi un tono, e naturalmente tutti in traduzione. I film-fumetto di Alex de la Iglesia dovevano ancora arrivare. Insomma non ero veramente preparato a Torrente. El brazo tonto de la ley, di e con Santiago Segura (il quale, avrei scoperto dopo, aveva recitato proprio nel Giorno della bestia di de la Iglesia, ed era diventato famoso tra i miei compagni di collegio soprattutto per una battuta che in quei mesi a Madrid avrò sentito ripetere una dozzina di volte. Alla domanda del prete «Tú eres satánico, verdad?», lui rispondeva «Sí señor, y de Carabanchel!»: Carabanchel è un quartiere periferico di Madrid, evidentemente l’accostamento faceva ridere per motivi che ancora mi sfuggono).

Era il 1998. Dal primo film di Torrente sono passati ventotto anni, e in Spagna è appena uscito il sesto capitolo della serie, Torrente presidente, che è già il quarto incasso della storia per un film spagnolo. In mezzo ci sono stati, i seguenti quattro film:

Torrente 2. Missione a Marbella, molto molto bello, quasi più bello del primo;
Torrente 3. Il protettore, molto brutto;
Torrente 4. Crisi letale, meglio del terzo, ma molto peggio del primo e del secondo;
Torrente 5. Operazione Eurovegas, meglio del terzo e del quarto, ma sempre peggio del primo e del secondo. 

Come si vede, se si fa la media il voto complessivo resta bassino, e del resto è passata alla storia la frase con cui Segura comunicò la sua intenzione di girare il terzo o il quarto o il quinto film della serie: «Dato che ho un pubblico fisso, anche se faccio una schifezza la gente va lo stesso a vederlo». Ma non vuol dire niente, la stessa cosa non vale anche per Fantozzi? Non vale addirittura per Totò? Nel comico non contano veramente le trame: conta l’invenzione originaria, l’eroe eponimo, e semmai i personaggi che girano intorno all’eroe.

Ora, Torrente è – peso le parole – un’invenzione comica non meno grande di Fantozzi. Solo che mentre Fantozzi è l’italiano medio nella sua versione grottesca, il piccolo borghese umiliato che vorrebbe soltanto camuffarsi, essere lasciato in pace a godersi i suoi miseri piaceri (la partita in TV, la frittata, la gita al mare, magari l’avventura extra-coniugale), Torrente pensa e vive alla grande, nonostante sia un miserabile. Anche se sembra assurdo, dato che uno è un idealista sempre pronto al sacrificio e l’altro è una canaglia, c’è in lui qualcosa di don Chisciotte, la tara di don Chisciotte, questa contraddizione tragicomica tra il molto che ci si crede di essere e il pochissimo che si è in realtà.

Una volta, José Luis Torrente era un agente della polizia di Madrid. O così dice lui, non credo ci siano le prove, non ricordo che in uno dei film della serie incontri i suoi vecchi colleghi che lo festeggiano o lo trattano con disprezzo, come succede sempre nei noir americani. La prima scena del primo film della serie lo mostra al bancone del bar, mentre il barista gli versa, uno dopo l’altro, mezza dozzina di bicchieri di un qualche superalcolico da poveri. «Che ore sono?», gli domanda a un certo punto Torrente. «Mezzanotte in punto», fa il barista. «Un altro bicchiere?». «No», risponde lui, «sono appena entrato in servizio».

Ecco, Torrente è così. Un atroce esperimento umano che ha tutti i difetti del mondo e nessuna virtù. È fisicamente ripugnante: grasso, ma più che grasso bolso, sfatto (questo nei primi film; poi Segura è dimagrito terribilmente, e adesso è ancora più disgustoso), sudicio nel corpo e nei vestiti, ruttatore e scorreggione ma, con tutto questo, convinto di poter essere un implacabile tombeur de femmes (a un certo punto si mette a corteggiare, seriamente, Inés Sastre). Moralmente, è un abominio anche peggiore: razzista, maschilista, nostalgico di Franco, alcolizzato, prevaricatore, vigliacco, ladro, truffatore, forte coi deboli e debole coi forti, vanitoso, erotomane ma pigro anche nell’eros, che consuma affrettatamente a pagamento, o a scrocco («Scopare no, che mi stanco: ma una pulitina alla sciabola, come mancia…», dice alla prostituta a cui ha promesso, in cambio della ‘pulitina’, di non dire niente al marito che lo ha assoldato per investigare su di lei). Costringe il padre a mendicare davanti alla fermata della metro. Rompe un dito a un mendicante che non gli ha dato la percentuale. Picchia i bambini. Ruba le mutandine della vicina di casa. Approfitta di una rapina in un supermercato per rubare uno stick deodorante e deodorarsi le ascelle. Tiene per l’Atletico Madrid. Unica passione artistica: il cieco amore per le canzoni del Fary, un crooner che a spanne doveva essere un po’ come Mino Reitano, o magari Nino D’Angelo prima che lo gentrificassero (a un tale che non sa a memoria Torito bravo del Fary porta via un orecchio con una revolverata).

Torrente è l’emulazione fallita di James Bond o Dick Tracy, o di qualsiasi altro investigatore o poliziotto cool. Si caccia in avventure enormi contro nemici strapotenti ma riesce a uscirne vincitore, o perlomeno vivo, grazie alla fortuna e a una sovrana incoscienza. Ma appunto, le trame sono irrilevanti: come in Fantozzi, conta il modo in cui lui reagisce agli eventi, contano le scenette, e così come le scenette di Fantozzi diventano perfette quando Villaggio convoca attorno al suo personaggio una decina di comprimari memorabili quanto lui (la moglie e la figlia, Filini, Calboni, la Silvani, gli altri mostri della Megaditta), allo stesso modo lo sceneggiatore-regista-attore Segura ha saputo impreziosire le avventure di Torrente con la tecnica del cameo. Nel quinto film della serie, grazie ai soldi guadagnati coi primi quattro, Segura si è potuto permettere di dare una parte ad Alec Baldwin (la cosa avrà facilitato l’ingresso nel mercato nord-americano? Non pare), e in Torrente Presidente il cattivo è addirittura Kevin Spacey. Ma prima è stata una specie di parata dello star system spagnolo, un po’ come ha fatto Ricky Gervais in Extras, o come succedeva in certi film di Totò: comparsate di attori celebri (Javier Bardem, Tony Leblanc), di calciatori (Higuain, Sergio Ramos, Casillas), di modelle (Esther Cañadas), di personaggi televisivi (Arturo Valls, il ventriloquo José Luis Moreno, che i miei coetanei ricorderanno a Domenica In, e che dopo il passaggio in Italia ha avuto una vita avventurosissima, anche dentro e fuori dalla prigione per reati finanziari), il pugile Policarpo Díaz, eccetera.

E così quel primo incontro con Torrente. El brazo tonto de la ley nella penombra afosa della sala proiezioni del collegio Diego de Covarrubias di Madrid in poco più di un’ora e mezza fece fare un balzo in avanti di settimane, di mesi, alla mia competenza non solo nella lingua spagnola ma nella hispanidad. Eccole, le figurine con cui dovevo familiarizzare per appropriarmi dell’immaginario pop di quel nuovo Paese, dunque per entrarci dentro, per essere almeno un po’ come gli altri, nomi e facce che non avevo mai sentito o visto, né avrei più sentito o visto al di fuori dei confini della Spagna, e che qui erano popolari come da noi Pippo Baudo. Pochi giorni prima una conoscente italiana che viveva in Spagna da anni e mi portava in giro in macchina per la città, commentando una canzone che usciva dall’autoradio, mi aveva detto: «Ecco, quando mettono questa alla radio, la gente qui è contenta». Un quarto di secolo dopo, ricordo ancora la fitta di malinconia che provai in quel momento per non poter essere – ancora – contento come loro, la gente di Madrid. Dovevo mettermi d’impegno.

Nel mio apprendistato dello spagnolo questo è stato, diciamo, il mio sublime dal basso. Con questi atroci frammenti ho edificato l’edificio della mia competenza linguistica. A forza di vederlo e rivederlo – in VHS, poi in DVD, oggi a pezzettini su YouTube – ho mandato a memoria le frasi-icona di Torrente, le parole d’ordine per ogni club di ammiratori della saga, quelle con cui ci si riconosce fratelli: Te lavas las manos antes o después?, o Te recuerdo que me debes 6000 pesetas de whisky, o Como que sin pagar?, o Nos hacemos unas pajillas?, e molte altre troppo sconce per registrarle qui. E poi ho mandato a memoria una montagna di altra robaccia pop, soprattutto canzoni ascoltate e riascoltate (internet ancora non c’era, dico la vera internet) con la tigna di Gene Hackman nella Conversazione. Quando, tre o quattro anni più tardi, arrivò Aserejé, ero pronto a spiegare al mondo il come e il perché di questa delizia: «Y donde más no cabe un alma / allí se mete a darse caña…».

Ma poi per fortuna c’è stato anche un sublime dall’alto. Pochi libri, in verità. Sì, passavo le mie giornate nella sala manoscritti della Biblioteca Nacional, fermata della metro Colón, ma leggevo soprattutto manoscritti e libri italiani, non spagnoli (un manoscritto orvietano della collezione del cardinale Zelada era finito a Madrid dopo le guerre napoleoniche e un passaggio dalla Capitolare di Toledo, e c’erano dentro testi semi-inediti che andavano riportati alla luce). Un po’ di buona lingua la assorbivo dal País, ogni mattina. Erano ancora anni in cui si leggevano i giornali, e El País era e ancora è un quotidiano eccellente, onnisciente sulle questioni sudamericane, serissimo ma rallegrato dalle vignette di Forgès, che quando le capivo mi facevano sentire intelligente e integrato. Per il resto, non potevo contare granché sui compagni di collegio, che erano dei semi-selvaggi, tra l’altro per lo più non madrileni, quindi con accenti da non fidarsi.

Ma, come accade, conobbi Cristina, che era di Madrid, non diceva parolacce, non guardava Torrente, anzi trasecolava all’idea che io lo guardassi e ne ripetessi le battute a memoria, ed era, in breve, una creatura celestiale. Nei pochi mesi della nostra frequentazione Cristina provò a insegnarmi alcune cose sia sulla vita sia sulla lingua.

Quanto alla vita, obiettivamente, ella fallì.

Una volta, passeggiando per Madrid, mi disse che le erano rimaste cinquemila pesetas per arrivare alla fine del mese, e alla fine del mese mancavano quindici giorni. Non fece in tempo a finire la frase che venne calamitata dalla vetrina di un fioraio. Entrò da sola, uscì dopo un paio di minuti con un mazzo esorbitante. «Quanto?». «Quattromila pesetas. Ma mi ha fatto cinquecento di sconto». Ecco: da lei non avrei potuto imparare ad avere un rapporto più disteso con il denaro, a spendere senza pensieri, a vivere come i gigli nei campi? Invece niente.

Avrebbe anche potuto insegnarmi a ballare il tango, dato che lei era una semi-professionista, che raggranellava anche qualche soldo esibendosi ogni tanto nei locali della città. Ci provò, ci provammo. Un giorno, dietro mia richiesta, nel soggiorno di casa, mi afferrò e mi avvicinò a sé in quella che doveva essere la posizione di partenza, i corpi appiccicati uno all’altro, ma le bastò un secondo per decidere che era meglio lasciar perdere: «No, no es para ti».

Ed era anche una virtuosa nel campo delle frequentazioni, delle amicizie, nel senso che era – e sarà ancora, anche se è da tanto che non ci vediamo – una delle persone meno affette da snobismo che abbia conosciuto in vita mia, e davvero era capace, come nella poesia di Kipling, di camminare coi re senza perdere il «common touch», e per esempio di prendersi un fidanzato italiano topo di biblioteca dopo aver convissuto per anni con un fidanzato – non scherzo – funambolo al circo, uno che un giorno ho anche avuto la ventura di vedere camminare sul filo, durante le prove di uno spettacolo, e persino di parlargli, dopo, non so immaginare di che. Almeno questo l’ho imparato? A mescolarmi, a farmi piacere i diversi? Macché.

Le cose andarono meglio quanto alla lingua.

La vecchia battuta secondo cui il modo migliore per imparare una lingua straniera è andare a letto con uno o una del posto è vera, ovviamente, al livello-base del vocabolario: s’imparano le parole, il gergo, ed è chiaro che ciò che uno o una ti sussurra all’orecchio al buio resta più impresso di ciò che si ascolta in un’aula scolastica, o al cinema. Ma in una relazione con uno straniero, se condotta seriamente e per un congruo numero di mesi, c’è anche un acquisto di natura differente, più profonda: è come se parte del passato di quella città o di quella nazione, e del modo di vivere, dei costumi, ci venisse trasmesso, senza rendercene conto, insieme all’affetto della persona amata. Dopo Torrente, Cristina fu la mia seconda chiave d’accesso alla hispanidad.

Ma per tornare al vocabolario. È sempre difficile ricordarsi da dove vengono, chi ci ha insegnato, da chi abbiamo ascoltato per la prima volta le parole straniere che abbiamo imparato. E avrò sentito senz’altro da altri prima che da lei espressioni comuni come apuntarse a todas per dire ‘buttarsi in ogni impresa’ o feliz como un perro con dos colas per ‘molto contento’, o estar como un queso per dire ‘essere attraente’, eccetera. Ma nella mia memoria queste frasi esistono in quanto pronunciate da lei, e ancora adesso non posso ripeterle, a voce o per iscritto, senza che le parole che le compongono mi appaiano aureolate di luce. Quello che a Proust succedeva coi nomi propri, solo che l’effetto che sul giovane Marcel faceva il nome «Guermantes» su di me lo fa la locuzione «de puta madre». Vuol dire qualcosa, immagino.

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