Istruzione

Dovrebbero decidere gli insegnanti (su Manzoni al secondo o al quarto anno)

Corriere della Sera4 Maggio 2026

Facciamo l’ipotesi di dover decidere da quali libri passerà la formazione umanistica degli studenti tra i 14 e i 18 anni. Questi studenti – è la premessa – non dovranno accontentarsi di brani antologici, dovranno leggere integralmente, nel corso dei cinque anni, alcuni bei libri della tradizione italiana. Tra questi libri deve esserci I promessi sposi: l’educazione letteraria di un italiano non può e non deve farne a meno. Ma non basta, ce ne vogliono altri. Quali? C’è l’imbarazzo della scelta: da Sorelle Materassi a Rubé, da Lessico famigliare ai Sillabari, dal Giorno della civetta alla Storia, al Sistema periodico di Levi, eccetera.

Prendiamo proprio Il sistema periodico, sempre ricordando che mentre I promessi sposi dovrà essere letto, Il sistema periodico è facoltativo (vuol dire che altri – tra i citati o i non citati – possono prendere il suo posto).

Ora, nell’arco dei cinque anni si tratta di capire dove sistemare i due libri. Faremo leggere I promessi sposi al secondo anno e Il sistema periodico al quarto? O faremo leggere Il sistema periodico al secondo e I promessi sposi al quarto?

Per decidere, apriamo I promessi sposi non all’inizio, dove c’è la difficilissima Introduzione in prosa seicentesca (che infatti a scuola si salta serenamente: «L’Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo…»), ma a caso, diciamo al decimo capitolo. E leggiamo:

Vi son de’ momenti in cui l’animo, particolarmente de’ giovani, è disposto in maniera che ogni poco d’istanza basta a ottenerne ogni cosa che abbia un’apparenza di bene e di sacrifizio: come un fiore appena sbocciato, s’abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a concedere le sue fragranze alla prim’aria che gli aliti punto d’intorno. Questi momenti, che si dovrebbero dagli altri ammirare con timido rispetto, son quelli appunto che l’astuzia interessata spia attentamente, e coglie di volo, per legare una volontà che non si guarda.

Adesso apriamo Il sistema periodico anch’esso all’inizio del decimo capitolo, il racconto che s’intitola Oro. E leggiamo:

È cosa risaputa che i torinesi trapiantati a Milano non vi allignano, o vi allignano male. Nell’autunno 1942 eravamo a Milano sette amici di Torino, ragazzi e ragazze, approdati per motivi diversi nella grossa città che la guerra rendeva inospitale; i nostri genitori, chi ancora li aveva, erano sfollati in campagna per sottrarsi ai bombardamenti, e noi facevamo vita ampiamente comune. Euge era architetto, voleva rifare Milano, e diceva che il miglior urbanista era stato Federico Barbarossa. Silvio era dottore in legge, ma scriveva un trattato di filosofia su minuscoli foglietti di carta velina ed era impiegato in un’impresa di trasporti e spedizioni. Ettore era ingegnere alla Olivetti.

Sono due bellissimi esempi di prosa narrativa, diversamente mirabili. Manzoni, per come fissa in giudizio, lapidariamente, la generosa disponibilità al mondo che è dei giovani, e le delusioni che a quei giovani il mondo prepara. Levi per come, diciamo così, apparecchia la scena definendo in pochi tratti il momento storico (supremamente interessante: è il 1942, la guerra, lo sfollamento, le bombe: che cosa stava succedendo in Italia, nel mondo? Che bella occasione per chiudere per un attimo il libro e parlare di storia!) e i caratteri (che cos’è questa Olivetti? Poco dopo si parlerà di femminismo…).

Possiamo convenire sul fatto che il brano di Manzoni, letterariamente superiore, è incomprensibile per un medio quindicenne, e tanto più per i molti studenti e studentesse di madrelingua non italiana? Mentre il brano di Levi, tolto quell’«allignano» e quella «carta velina» d’altri tempi, si fa capire? E che lo sforzo che occorre per capire, per spiegare in classe tutte le parole di Manzoni, e il suo periodare, rischia di uccidere – nei meno vocati alla letteratura – l’interesse per i libri, e anzitutto quello per lo stesso Manzoni, di cui resteranno forse in mente Don Abbondio, i bravi e la Provvidenza, e non certo «la ricerca della giustizia, la soluzione delle controversie senza il ricorso alla violenza, la critica coraggiosa al potere, la libertà di scegliere la persona da amare»? Possiamo convenirne?

Ma la questione – prego il lettore di avere ancora un po’ di pazienza – non è questa.

Le Indicazioni nazionali di letteratura che abbiamo scritto non dicono che I promessi sposi non vadano letti al secondo anno delle superiori. Chi vuole leggerli al secondo anno può serenamente continuare a farlo. Le Indicazioni nazionali dicono che alcuni insegnanti potrebbero trovare la loro classe di liceo poco ricettiva per l’impegno che un libro come I promessi sposi richiede, e danno perciò a questi insegnanti la libertà di leggere al secondo anno qualche altro libro di alta qualità letteraria (per esempio il suddetto Sistema periodico), rimandando la lettura dei Promessi sposi, che resta obbligatoria, al quarto anno. Si tratta di dare agli insegnanti – cioè a coloro che ogni giorno, per anni, vedono di fronte a sé ragazze e ragazzi, e sanno che cos’è adatto a loro e che cosa non lo è – un po’ di libertà: la libertà di leggere e far leggere ciò che a loro giudizio tutte le ragazze e tutti i ragazzi possono comprendere e, comprendendo, apprezzare – tutti, e non solo quell’1% della popolazione che andava a scuola a inizio Novecento, quando I promessi sposi furono inseriti nel programma di seconda.

 

 

 

 

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